Annona di Reggio Calabria

Annona di Reggio Calabria

Chi ha assaggiato l’Annona sostiene che dopo non se ne può più fare a meno, tanto è accattivante il suo gusto.
Parliamo dell’Annona Cherimola, un frutto molto pregiato detto anche “Cirimoia” nella traslitterazione italiana del termine con cui è nota nei paesi d’origine: “Chirimuya”.
L’Annona è una semisconosciuta pianta da frutto originaria degli altipiani andini di Perù, Ecuador, Colombia e Bolivia, già coltivata dagli Incas.
Il legame intenso di questa pianta con la nostra terra, riguarda le poche zone in cui può essere coltivata, che sono quelle di Reggio Calabria e di tutta l’area costiera da Bagnara Calabra a Gioiosa Ionica. Si tratta per lo più di versanti collinari esposti a Sud e prossimi al mare.
La prima piantagione della pianta dell’Annona in Calabria risale al 1797.
Per quanto concerne gli esemplari prodotti nella città di Reggio Calabria, questo frutto vanta una De.c.o. (Denominazione Comunale di Origine): “Annona di Reggio”.
Nella città calabrese troviamo la pianta fra le specie esotiche che impreziosiscono il Lungomare Falcomatà, quello che Gabriele d’Annunzio definiva “il più bel chilometro d’Italia”.
L’Annona si trova anche nell’entroterra e nei comuni vicini a far bella mostra di sé nei giardini di antiche ville o negli “horti conclusi” di vecchi palazzi, eredità del gusto per le piante esotiche diffuso soprattutto presso le classi colte e benestanti fra XVIII e XIX secolo.
Gli anziani del posto da sempre degustano “u nonu”, declinando al maschile il nome di questo frutto coltivato spesso in associazione con gli agrumi.

La pianta dell’Annona fiorisce in estate, con fiori bianchi o delicatamente verdi. Dopo 5 – 8 mesi dalla fioritura, i frutti vengono raccolti prima che raggiungano lo sviluppo, e una volta colti portano a termine la maturazione nell’arco di qualche giorno.
I frutti dell’Anona di Reggio Calabria hanno un gusto aromatico, un profumo delicato, ricco di polpa e di succo: il loro sapore è intensamente dolce, comunica un senso di freschezza. La polpa è di colore bianco-crema con semi scuri. Quando la maturazione è completa, i frutti hanno generalmente un peso di circa 300 grammi, ma possono anche raggiungere un peso maggiore.
Il consumo ottimale è quello al giusto grado di maturazione, tendente al sovramaturo, possibilmente freddo e tagliato a metà da consumarsi al cucchiaio, anche perché è difficile da sbucciare senza rovinarlo.
Diversi sono i prodotti dolciari tradizionalmente realizzati con l’Annona: il gelato, il sorbetto, il babà, la marmellata e dessert vari.
L’Annona è un frutto molto nutriente per via dell’altro contenuto di zuccheri e proteine, oltre alle buone dosi di vitamina C, calcio e potassio.

Rosarno – Reggio Calabria

Rosarno è un comune di quasi 15mila abitanti della provincia di Reggio Calabria, che si trova in un’area densamente popolata, la Piana di Rosarno, al confine con la provincia di Vibo Valentia.

Rosarno è situata su una collina a 67 m di altezza e si affaccia sul porto di Gioia Tauro dominando la pianura circostante, ricca di aranceti e uliveti, come se fosse una terrazza naturale.

Il suo nome, di origine bizantina, significa: “il paese dei membri della famiglia Rùsari”.
Le sue origini sono da ricercare nell’antica colonia greca di Medma, fondata dai locresi alla fine del VI secolo a.C. e che scomparve poi nel II secolo d.C.

Le prime notizie di Rosarno si riscontrano in un codice napoletano risalente al 1037.
Il Paese ebbe una certa rilevanza come “castrum” a protezione della Piana e come stazione obbligata verso la Sicilia quando Ruggero il Normanno pose Mileto a capitale del Regno.
Posta a presidio della Valle del Mesima e della Piana, preda degli eserciti diretti alla conquista della Sicilia, Rosarno fu al centro degli avvenimenti che caratterizzarono la storia della Calabria durante l’Ottocento.
Nel corso della rivolta sanfedista del 1799, occupata dalle truppe francesi, fu liberata dal Cardinale Ruffo, che vi pose il quartier generale per alcuni giorni, in attesa di proseguire la marcia verso nord alla conquista di Napoli.
Durante la spedizione per la conquista del Regno di Napoli, nella città sostarono Giuseppe Garibaldi e il suo esercito.

Nel 1745, a Rosarno nacque il Cardinale Francesco Maria Pignatelli.

Il 5 febbraio 1783 la città fu rasa al suolo da un devastante terremoto che colpì l’intera Calabria. Rosarno registrò la scomparsa di 203 abitanti, ma la conseguenza più grave fu di ordine geologico, con l’abbassamento della vallata del fiume Mesima.
Lo sconvolgimento idrico che ne seguì, comportò l’insorgere della malaria e lo spopolamento urbano, condizione attenuata dagli interventi del Marchese Vito Nunziante, generale del re Ferdinando di Borbone, che iniziò un’azione di bonifica per trasformare la zona paludosa in territorio fertile.

Anche grazie a queste opere di bonifica del territorio, che si protrassero per decenni, Rosarno divenne un polo di attrazione economica e commerciale attirando migliaia di lavoratori dalla zona jonica e dal napoletano, favoriti dalla nuova linea ferroviaria che univa Eboli a Reggio Calabria e che, agli inizi del XX secolo, si segnalava per un traffico merci intenso.
Inoltre, una spinta verso l’evoluzione del settore agrario, fu data dall’occupazione delle terre del Bosco nel 1945: centinaia di famiglie di contadini si insediarono nelle terre incolte dando luogo allo sviluppo di agrumeti e di oliveti.

Rosarno è stato il primo Comune d’Italia a costituirsi parte civile in un processo antimafia.

Nel 2004 il Presidente della Repubblica ha conferito a Rosarno il titolo di città.

Tra i beni artistici della città, di notevole rilevanza sono:

  • La Chiesa di San Domenico, oggi conosciuta come Chiesa del Rosario. La chiesa è stata annessa al Convento dei Padri Domenicani Predicatori, fondato nel 1526 e distrutto dal terremoto del 1783. Unica testimonianza ad oggi del Convento, la Chiesa del Rosario, antica cappella dei frati, ad un’unica navata.
  • La Chiesa Matrice, o di San Giovanni Battista, protettore della città, oggi conosciuta come Santuario di Maria Santissima di Patmos. Di questa chiesa non si conosce l’anno di costruzione, ma risulta iscritta nel Registro Vaticano del 1540. Fu distrutta dal terremoto del 1783 e in seguito ricostruita. In seguito, nel 1929, la chiesa fu abbattuta e riedificata nello stesso sito, ma con una migliore posizione.
  • La Chiesa del Purgatorio, che appariva nel registro parrocchiale del 1698 anche con i nomi di “Chiesa dei morti” o “della Santissima Trinità”. La Chiesa fu distrutta dai terremoti del 1783 e del 1894, e ricostruita successivamente. Al suo interno di trovano la Varetta con Cristo deposto dalla Corce e la Statua del Cristo Redentore, impiegate entrambe durante le processioni della Settimana Santa.
  • La Chiesa dell’Immacolata costruita verso la fine del XVII secolo nella zona dell’attuale Piazza Duomo, abbattuta nel 1942 e ricostruita negli anni ’50 in contrada Gallo da parte della Famiglia dei Varoni Paparatti.
  • La Chiesa dell’Addolorata, fondata come chiesa filiale della Parrocchia di San Giovanni Battista e ingrandita nel 1930.
  • La Torre dell’Orologio, situata nella Piazzetta San Giovanni Bosco ed edificata nel 1812. La sua posizione consente di fare da sfondo alla via principale del paese e di essere il simbolo della città.
  • Inoltre, giusto in questi giorni (il 6 aprile 2014), la città di Rosarno ha inaugurato il Museo Archeologico dell’antica Medma.
    I primi scavi risalgono a circa cento anni fa e diversi oggetti rinvenuti all’epoca, e oggi esposti in diversi musei tra cui il Museo Archeologico di Reggio Calabria o il British Museum di Londra, potranno adesso tornare ad essere ammirati nel loro luogo d’origine.

 

Per info:
Comune di Rosarno
Tel. 0966 7101
Mail: info@comune.rosarno.rc.it
Sito web: www.comune.rosarno.rc.it

 

 

Vino Bivongi DOC

Vino Bivongi

Tra i prodotti tipici offerti dalla Calabria, vi sono ben 12 vini che si forgiano della Denominazione d’Origine Controllata (DOC).
Tra questi troviamo anche il vino Bivongi, un vino “dall’anima schietta, forte e gentile, come lo spicchio di Calabria in cui è prodotto, che digrada dalle Serre fino allo Jonio”.

Il segreto della produzione del vino Bivongi sta nella tradizione, nel clima e nella qualità delle uve scelte.
Questo vino prodotto in provincia di Reggio Calabria, nel territorio dell’antica Enotria, è considerato un elisir di lunga vita.

La sua storia e le sue terre hanno radici nella Magna Grecia.
Inoltre, antichi documenti ritrovati nel Regio Archivio di Napoli attestano che il Monastero greco-ortodosso di San Giovanni Therestis nel 1450 produceva ed esportava oltre centomila litri di vino.
Molto apprezzate sono risultate, soprattutto nel XX secolo, le produzioni di vini robusti con gradazione alcolica sostenuta. Accanto a questi, vi era una produzione di passiti che rendeva i prodotti vinosi di Bivongi unici ed apprezzati nel comprensorio e nella provincia di Reggio Calabria. Accanto al vino, uguale fama avevano le persone specializzate nell’arte della coltivazione della vite: potatori, innestatori nonché i “maestri” della preparazione del vino.

Il vino Bivongi ha ottenuto il riconoscimento DOC da parte dell’Unione Europea soltanto nel 1996. Si produce sul versante orientale della Catena delle Serre, nella bassa valle del torrente Stilaro a ridosso dei comuni di Bivongi, Caulonia, Monasterace, Riace e Stilo nella provincia di Reggio Calabria, e nel comune di Guardavalle in provincia di Catanzaro.

Il vino Bivongi è prodotto nelle versioni Bianco, Rosso (anche Riserva e Novello) e Rosato ed è un vino che si abbina perfettamente con i sapori forti e decisi dei prodotti e dei piatti tipici calabresi. Si può gustare il vino bianco in abbinamento con antipasti, piatti a base di pesce, verdure, formaggi giovani e uova, mentre il Rosso e il Rosato si accompagnano bene con primi, secondi di carne, formaggi maturi e salumi tipici.

Nella produzione del vino Bivongi qualità rosso, vengono utilizzati tra il 30 ed il 50% uve di vitigni del tipo Gaglioppo e Greco nero. Nero d’Avola e Castiglione per il restante 30-50% e altri vitigni a bacca nera per un massimo del 10% della massa totale. Così composto il vino acquisisce una gradazione minima totale del 12°.
Si presenta di colore rosso intenso tendente al granato nella qualità Riserva, che viene invecchiata per almeno 2 anni.
Il rosato invece viene sostanzialmente prodotto con l’utilizzo degli stessi vitigni utilizzati nella produzione del rosso, ma con l’aggiunta di vitigni a bacca bianca per un massimo del 15% della massa totale. Ne risulta dunque una gradazione minima totale intorno al 11,5° ed un colore rosato più o meno intenso dal gradevole sapore vinoso e fruttato.
Il Bivongi qualità bianco si ottiene mescolando il 30-50% di vitigni del tipo Greco bianco e/o Guardavalle, con Malvasia Bianca e/o Ansonica, anch’essi tra il 30-50% e altri vitigni della zona a bacca bianca in quantità non superiore al 30% della massa totale. Il vino così ottenuto avrà una gradazione alcolica minima del 10,5° che gli conferisce un colore paglierino ed un sapore secco.

Amendolea Vecchia

Amendolea è un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, frazione del comune di Condofuri, situato al centro dell’area grecanica.
È situato a pochi chilometri dal mare, sulla riva della fiumara Amendolea, sovrastato dalla rocca su cui sorge l’imponente Castello dei Ruffo.

La fiumara corrisponde all’antico fiume Alece che segnava il confine tra i territori di Reggio e Locri. Si dice che un tempo la fiumara fosse navigabile e che Amendolea fosse direttamente raggiungibile dal mare.

Le origini del paese sono incerte. Si ritiene che esso sorse in epoca precedente a quella dell’adiacente castello di origine bizantina, anche se la storia del paese è nota dal 1624, momento in cui subentrò al possesso del feudo la famiglia Ruffo.
A partire dal XII secolo, grazie alla sua posizione strategica; Amendolea assunse una sempre maggiore importanza, sia politica che militare.
Dal 1495, le terre di Amendolea passarono sotto diverse famiglie di feudatari, fino al 1624, quando furono acquistate da Francesco Ruffo, la cui famiglia le mantenne fino al 1806, anno in cui l’età feudale terminò.
I Ruffo non risiedettero mai ad Amendolea, ma ne affidarono il controllo a dei fiduciatari. Questo perché il feudo di Amendolea presentava delle difficoltà di controllo, anche per il fatto che la popolazione parlava ancora la lingua grecanica, oramai estinta in tutto il resto della Calabria.
Nonostante l’importanza della zona a livello politico e militare, la difficile accessibilità dei luoghi, la mancanza di strade e le scarse risorse, resero il paese principalmente dedito all’agricoltura e alla pastorizia.
Nel 1801, il sindaco vietò addirittura la vendita e l’abbattimento delle foreste di querce della SS. Annunziata dell’Amendolea, poiché le ghiande servivano per produrre il pane per sfamare la popolazione.

Nel 1811 Amendolea divenne comune autonomo.

Il paese fu però terribilmente danneggiato dai terremoti del 1783 e del 1908 ed infine si decise di evacuare e abbandonare dagli abitanti a causa dell’alluvione del 1956.
Gli abitanti si stabilirono nella nuova frazione di Amendolea, ai piedi della montagna, lasciando sulla rocca i ruderi del loro vecchio paese.

Oggi, accanto ai ruderi del paese, nella parte più alta, vi sono quelli del castello e di quattro chiese: SS. Annunziata, Santa Caterina, S. Sebastiano e S. Nicola, a testimonianza del forte culto religioso che si aveva in questi centri.

All’arrivo c’è una visione mozzafiato: sembra quasi un paese surreale. Il silenzio e la bellezza del luogo sono le cose che colpiscono maggiormente.
Nonostante le passate trasformazioni e l’attuale stato di degrado, il borgo conserva ancora, nell’impianto urbanistico, evidenti segni della fase medievale. Sono infatti ben visibili ampie porzioni del recinto murario di età angioina, soprattutto nella parte sud orientale.

Della Chiesa di Santa Caterina, di origine basiliana, ormai rimangono pochi ruderi: la parte absidale e i muri perimetrali.
La Chiesa di S. Sebastiano risale al XII secolo. Nella struttura si notano ancora degli affreschi dell’epoca, si vedono i muri perimetrali ed è rimasto intero un campanile dallo stile particolare.
La Chiesa della SS. Annunziata, ricordata per la prima volta nel 1310, è di origine bizantina. Da recenti scavi archeologici, sono stati riportati alla luce un’intera navata e il fonte battesimale.
La Chiesa di S. Nicola conserva importanti testimonianze pittoriche di tradizione bizantina.

Tra i castelli costruiti dai Normanni in Italia, quello di Amendolea è il più meridionale.
È situato nel settore nord occidentale del costone roccioso e fu fondato nella seconda metà del XI secolo.
Il castello presenta una torre spaccata a causa del terremoto, e sicuramente fu in parte demolito, è di dimensioni enormi con vari ambienti, due cisterne per la raccolta delle acque piovane, una cappella, e un’abside con tracce di affreschi.
Nel corso dei secoli subì vari adattamenti e varie ricostruzioni.

Raggiungere Amendolea è semplice: giungendo da Condofuri, bisogna effettuare una deviazione dalla strada provinciale all’altezza della “passerella sull’Amendolea”.

 

Parco Naturale Regionale delle Serre

Il Parco Naturale Regionale delle Serre è un’area naturale protetta della regione Calabria, istituita nel 2004.

Il Parco è situato tra l’Aspromonte e la Sila, percorso da due lunghe catene montuose, da grandi boschi e da diversi corsi d’acqua, estendendosi per oltre 17.700 ettari ed interessando il territorio di ben 26 comuni.

La provincia di Vibo Valentia è la più rappresentata all’interno del Parco, con 17 comuni: Acquaro, Arena, Brognaturo, Fabrizia, Francavilla Angitola, Gerocarne, Maierato, Mongiana, Monterosso Calabro, Nardodipace, Pizzo Calabro, Pizzoni, Polia, Serra San Bruno, Simbario, Sorianello e Spadola.

La provincia di Catanzaro è rappresentata con 7 comuni: Badolato, Cardinale, Davoli, Guardavalle, San Sostene, Santa Caterina dello Jonio e Satriano.

Infine, la terza provincia calabrese interessata è Reggio Calabria, con soltanto due comuni: Bivongi e Stilo.

Dal punto di vista morfologico, il Parco è caratterizzato da terrazzi marini che circondano le Serre in diverse zone e a differente altezze, con l’aspetto di altipiani più o meno ampi, orlati da scarpate. Particolarmente evidenti sono quelli dei comuni di Laureana di Borrello, Arena e Dasà.

Tra i monti, si aprono delle depressioni vaste e poco profonde, tra cui la piana della Lacina e le conche di Serra San Bruno, Chiaravalle, Mongiana e Fabrizia. Su tali depressioni si sono insediate le principali comunità umane delle Serre.
Le pendici ioniche delle Serre sono connotate dai “tagli” delle fiumare, ampi alvei ghiaiosi ed asciutti per gran parte dell’anno, che si aprono a ventaglio in corrispondenza dei coni di deiezione sulla costa. Il paesaggio delle Serre è caratterizzato da pendici e rilievi coperti da vaste estensioni di bosco che costituiscono alcuni tra i complessi forestali più importanti della Calabria.

Tra i punti di interesse della zona troviamo:

  • Il Bosco Santa Maria, che prende il nome dalla chiesa di Santa Maria del Bosco, situata al centro di giganteschi abeti bianchi, dove San Bruno, fondatore dell’ordine certosino, faceva penitenza e dove fu poi sepolto. È uno dei boschi meglio conservati delle Serre calabresi.
  • La Pianura della Lacina è una delle poche zone umide montane meridionali ad alta concentrazione di specie rare e ad elevata ricchezza di habitat. La Pianura fa parte del comprensorio montano delle Serre Calabre e si trova ad un’altitudine compresa tra i 970 e i 1.028 m.
  • Il Bosco Stilo-Archiforo rappresenta una delle più significative testimonianze dell’originario paesaggio boscato delle Serre. Si tratta di un raro esempio di formazione praticamente pura (abete bianco, associato al faggio nelle zone più elevate).
  • L’Oasi Lago dell’Angitola, una delle riserve più importanti del mediterraneo, è stato creato artificialmente nel 1966 sul vecchio alveo del fiume Angitola. Attualmente la gestione dell’oasi è affidata al WWF Italia. È circondato da declivi ricoperti da uliveti, da macchia mediterranea ed una fascia di rimboschimento, con predominanza di pino d’Aleppo, mentre pioppi neri, cannucce tife, salice bianco, ontani neri, mazze sorde crescono sulla riva, dove troviamo anche eucalipti e querce da sughero. Per le sue particolari condizioni climatiche e l’abbondanza di cibo, attrae una grande quantità di uccelli di più di 100 specie diverse.

Il fascino della storia di una terra coinvolgente si manifesta anche attraverso una produzione artigianale che si coniuga perfettamente con le richieste dei visitatori, ansiosi di conoscere, oltre che i doni incontaminati della natura, i segreti avvolgenti delle maestranze.
Partendo dai ricami artistici e dalla lavorazione di lana e seta, per arrivare a quella del legno, del marmo e del granito, la produzione di pipe, quella di vasi in terracotta per la conservazione e la cottura dei cibi, impagliatori di sedie ed ombrelli, conciapelle e bottai, questo è ciò che offre la zona del Parco naturale regionale delle Serre.
Conoscere una comunità, comprendendone i valori di riferimento, significa approfondirne le radici partendo dalla scoperta del loro più naturale modo di esplicarsi , ssaporandone le tradizioni nelle loro diverse sfaccettature.

Anche il patrimonio enogastronomico è da considerarsi come parte integrante della cultura del territorio del Parco e presenta, grazie alla sua ricchezza e alla sua particolarità, un ulteriore motivo di attrazione: la purezza della natura, abbinata alla sapiente tradizione culinaria, rafforza l’unicità dei sapori.
Sono 43 i prodotti tipici tradizionali ai quali andrebbe rivolta un’azione di recupero e valorizzazione. Protagonisti di questo settore sono soprattutto i vini DOC di Bivongi, le melanzane di Stilo, la soppressata DOP di Simbario, i funghi ed il peperoncino di Serra San Bruno, le castagne di Fabrizia, Mongiana e Nardodipace, i fichi essiccati di Acquaro.

Per informazioni:
Parco Naturale Regionale delle Serre
Via Santa Rosellina 2, Serra San Bruno (VV)
Tel: 0963 772825
Sito web: www.parcodelleserre.it
Mail: info@parcodelleserre.it
La sede del Parco è aperta al pubblico dal Lunedì al Venerdì dalle 9:00 alle 12:00.

 

Santuario della Madonna di Polsi

Nel comune di San Luca, presso la frazione di Polsi, in provincia di Reggio Calabria, si trova il Santuario della Madonna di Polsi, anche noto come “Santuario da Madonna da Muntagna” in dialetto reggino.
Il Santuario sorge ai piedi di Montalto, in una vallata nel cuore dell’Aspromonte attraversata dalla fiumara del Bonamico.

Vi sono diverse leggende che si tramandano sulla nascita del Santuario della Madonna di Polsi.

Una di queste narra che, nel IX secolo, alcuni monaci bizantini in fuga dalla Sicilia a causa delle incursioni saracene, giunsero nel cuore dell’Aspromonte e vi fondarono una piccola colonia e una chiesa.

Un’altra leggenda, invece, narra che nell’XI secolo un pastore originario di Santa Caterina d’Aspromonte, era alla ricerca di uno dei suoi tori che si era smarrito nella zona di Nardello. Il pastore ritrovò l’animale intento a dissotterrare una croce di ferro e in quel momento gli apparve la Madonna con il Bambino che disse “Voglio che si erga una chiesa per diffondere le mie grazie sopra tutti i devoti che qui verranno a visitarmi.”
Il Santuario fu eretto proprio nel punto in cui fu rinvenuta la strana Croce di ferro, che tutt’oggi è conservata all’interno del Santuario.

Il Santuario subì un lento e graduale declino fino al secolo XVII.
Durante la prima metà di questo secolo, il Vescovo di Gerace Idelfonso del Tufo iniziò un’ispirata opera di rinascita culturale e religiosa a favore del Santuario: programmò ed eseguì una serie di lavori e ricostruzioni che in breve cambiarono radicalmente il luogo. Ingrandì la chiesa e la rese più accogliente, impreziosendola con stucchi e decorazioni, secondo l’uso del tempo.
Il Vescovo riuscì a trasformare una piccola e modesta chiesetta di campagna in un vero tempio mariano, conservandone però il campanile bizantino.
Il Santuario ritrovò lo splendore spirituale delle origini e divenne il santuario più conosciuto della Calabria.

I giorni in cui si festeggia all’interno del Santuario sono diversi.
Il 22 agosto di ogni anno, viene effettuata la partenza della carovana a piedi da San Luca e si inizia la novena in onore della Madonna.
Il 2 settembre è il giorno della solenne festa della Madonna di Polsi.
Il 14 settembre di ogni anno si festeggia invece la Santa Croce di Polsi.
Inoltre, ogni 25 anni, in data 2 settembre, viene effettuata l’Incoronazione della Madonna di Polsi. L’ultima incoronazione è stata effettuata il 2 settembre 2006.

La festa della Madonna di Polsi ha inizio con la processione della statua della Madonna che viene portata su di un camion in piena notte, sostenuta dai “Viva Maria” gridati dai fedeli. La processione prosegue per le poche vie di Polsi con la statua portata in spalla dai confratelli pescatori di Bagnara.
Il tratto che precede l’arrivo al Santuario viene effettuato dai portantini di corsa.

Giunti al Santuario, vi sono le donne che percorrono la navata centrale in ginocchio e battendosi il petto.

Terminata la confessione e l’eucarestia, viene dato un ultimo saluto alla Madonna e vengono offerti gli ex-voto.

Da tradizione, l’ultima notte di festa, i pellegrini dormono all’interno del Santuario.

Oggi i pellegrini esprimono la loro devozione con i canti e le tarantelle che precedono e seguono la celebrazione della messa, e con i doni votivi.

Tra questi è tipico di Polsi che i genitori di bambini scampati a gravi malattie spoglino la loro creatura sull’altare della Madonna e regalino al Santuario il vestitino assieme a oggetti d’oro o somme di denaro.

Bruzzano Zeffirio e Bruzzano Vecchio

Bruzzano Zeffirio è un piccolo comune della provincia di Reggio Calabria.
Il suo nome deriva dal promontorio Bruzio o dai Bruzi, e dal gentile vento detto “Zefiro” che allieta il clima della zona e che portò i greci a sbarcare a capo Bruzzano.

La particolarità di questo posto viene attribuita principalmente a Bruzzano Vecchio, ovvero i ruderi della cittadina che venne abbandonata a causa del terremoto del 1906, che si trova ad 1 km di distanza dall’attuale centro di Bruzzano Zeffirio.
In questo posto, che ha del surreale, si possono ancora ammirare i resti di case con volte antiche, la Rocca Armenia e l’Arco di trionfo che fu eretto in onore del Principato di Carafa, la nobile famiglia che aveva il possedimento di queste terre.
In località Bruzzano Vecchia sorge anche il “castello di Bruzzano Zeffirio” o “castello d’Armenia”. Il castello, ormai allo stato di rudere, fu edificato tra la fine del X e gli inizi del XI secolo e nel 925 divenne quartier generale dei Saraceni.

Bruzzano ha origine antichissima. Secondo una tesi fu fondato dai coloni greci. Quando a causa del crescere della popolazione e della civiltà, il luogo non fu in grado di poterli più contenere e sfamare, gli eredi dei coloni  si divisero: una parte penetrò nell’interno e fondò Bruzzano, e una parte si spostò lungo il litorale e fondò prima “Locri Zefiria” e successivamente, “Locri Epizefirii”.

Secondo un’altra tesi, Bruzzano prende il nome dai Bruzi suoi fondatori, quando i locresi, coloni greci d’oltre mare, verso l’VIII secolo a.C. sbarcarono presso il promontorio di Capo Zeffirio, costringendo i Bruzi ed i Siculi, popoli del luogo, ad arretrare i propri domini nell’entroterra. Bruzzano significherebbe “l’ultimo rifugio del Bruzio”.

Bruzzano fu espugnata dai saraceni nel 925. Comprendeva i Casali di Motta, o Motticella, il Salvatore, ossia Casalnuovo e Ferruzzano. La storia di Bruzzano fu un alternarsi di numerose scorrerie, soprattutto da parte dei turchi che, intorno all’ XI secolo la usarono come base di partenza per i loro assalti nei paesi limitrofi.

Nel 1270, Bruzzano, dopo tante peripezie e diverse ricostruzioni, venne denominato Bruzzano Vetere.
Bruzzano fu danneggiato dal terremoto del 1783 e dai terremoti del 1905 e 1908. Ricostruito completamente dopo il terremoto del 1908, fu spostato di qualche km verso il mare rispetto al paese originario.
Il comune di Bruzzano comprende il nuovo centro, il vecchio, la frazione di Motticella e la frazione Marinella.

Da visitare assolutamente:
L’Arco trionfale dei Carafa, costruito nel XVII secolo e dedicato alla dinastia sei Principi Carafa. Presenta la facciata principale rivolta a est tipico delle “Porte Urbiche” monumentali delle antiche cittadine di assetto medioevale. L’Arco Trionfale dei Carafa può considerarsi una porta urbana posta sul lato orientale del centro abitato di Bruzzano, che non aveva una funzione difensiva, bensì di celebrazione e memoria in onore di qualche evento o di qualcuno.

Il Castello di Bruzzano Zeffirio, ormai allo stato di rudere, edificato tra il finire del X e gli inizi del XI secolo. Fu danneggiato dal sisma del 1783 e ridotto a rudere dai sismi del 1905 e 1908. Numerosi rimaneggiamenti, aggiunte e stratificazioni sono stati effettuati nei periodi storici che si succedettero dal Medioevo fino ai primi dell’Ottocento.
Presenta una tipologia architettonica tipica del territorio e dei periodi storici in cui le varie parti furono costruite.
La Rocca Armenia si presenta come un monolite di arenaria locale compatta e su questa rocca, il Castello si articola in numerosi corpi di fabbrica, raggruppabili in tre principali categorie: strutture difensive militari, cappella nobiliare del Castello, dimora della famiglia Carafa.
All’interno del Castello si trovano: una piazza scoperta con relative cisterne scavate nella roccia per la raccolta delle acque; prigioni, anch’esse scavate nella roccia; mentre all’esterno dei muri perimetrali, si vedono ancora i resti dei contrafforti di recinzione della rocca. Della “Sala d’armi”, rimangono i muri perimetrali, dove sono evidenti le feritoie atte alle azioni belliche di difesa.

Motticella: il nome ci porta alla dominazione normanna, in quanto la motta, era la tipica fortezza dei normanni ricavata con l’accumulo di terra, a forma conica.
Motticella significa infatti piccola fortezza. Tracce di un villaggio greco si ritrovano ad Arsenti, nel comune di Staiti, e a S. Domenica nel comune di Ferruzzano, siti vicini a Motticella, dove sono evidenti ancora i ruderi del monastero di S. Fantino, i cui monaci avevano ricavato da una roccia, una vasca dove gocciolava e gocciola tutt’oggi, un’acqua idro-sulfurea, usata per motivi curativi fino agli inizi degli anni 50 del XX sec.

Chiesa SS. Salvatore: costruita del XVI secolo fu elevata a parrocchia nel 1798. Danneggiata dal terremoto del 1908, fu successivamente restaurata. Prima che venissero istituiti i cimiteri, vi seppellivano i morti in delle fosse comuni successivamente riempiti con i detriti  ricavati dal restauro del 1951. All’interno si trova la statua lignea del  SS. Salvatore, scolpita a tutto tondo e a figura intera, opera bottega napoletana del periodo neoclassico.

Bagni di S. Phantino: avanzi di antichi bagni, alimentati da sorgente solforica – clorurato – calcica a 15°. Si ha memoria di un Convento di S. Fantino o S. Pantano sorto nella località, i cui frati avevano costruito delle vasche per utilizzare l’acqua a scopo balneare, si dice che i fanghi di queste acque curassero le ferite. Sino al 1960 le acque sono state utilizzate in uno stabilimento.

Santuario Madonna della Catena: dell’origine di questo Santuario non si hanno notizie storiche certe. La tradizione racconta che alcuni marinai di Bruzzano, insieme con altri di Ferruzzano, trovarono sulla spiaggia del Promontorio Capo Bruzzano, una cassa con dentro una bellissima statua in alabastro raffigurante la Madonna con in braccio il Bambino, e un moretto incatenato ai suoi piedi: da qui il titolo di Madonna della Catena. Aggiogate due coppie di buoi selvatici ad un carro, vi caricarono la statua che, seguita dalla popolazione in preghiera, fu avviata verso il paese.
Al confine tra Bruzzano e Ferruzzano, i buoi si fermarono e non vollero proseguire oltre. Si dedusse perciò che la Madonna voleva che il suo tempio sorgesse al confine tra i due paesi e si costruì la chiesetta. I Bruzzaniti, però, non contenti della chiesetta e della bella statua, ne fecero una copia da esporre nella loro Chiesa Arcipretale.
Da allora, ogni anno, alla prima domenica di settembre, festeggiano la Madonna della Catena. Il venerdì precedente la festa, la statua riproducente l’originale, viene portata in processione sino al Santuario a trovare la statua autentica e per tre giorni i fedeli vi si recano a pregare e a lodare la Vergine. Alla domenica, sull’imbrunire, tra canti e preghiere la copia viene riportata nella Chiesa Arcipretale.
Nel 1583 l’esercizio del culto fu trasferito nella chiesa rurale detta S. Maria del Piltro, che nel 1753 venne riedificata in paese col nome di S. Maria della Catena. Il terremoto del 1783 le distrusse entrambe e il culto dovette continuare in una baracca costruita dai fedeli. Qualche tempo dopo la chiesa fu riedificata dal marchese Fuscaldo.

Per informazioni:
Comune di Bruzzano Zeffirio
Tel: 0964 902051
Indirizzo E-mail: comunedibruzzanozeffirio@tin.it

 

Festa di San Biagio

San Biagio Plaesano

Ogni anno, da diverso tempo, a Sambiase, ex comune ed oggi quartiere i Lamezia Terme, nei giorni 1, 2 e 3 febbraio si tiene la Fiera di San Biagio.
Nota come fiera di “Santu Vrasu”, viene allestita ogni anno in località Cafaldo e dintorni.

Sambiase nacque intorno al monastero di San Biagio all’incirca nel X secolo, e dal nome del Santo deriva quello della città.
La fiera ebbe origine in epoca basiliana, intorno alla metà del XVI secolo, quando fra Elia Iannazzo del convento dei Carmelitani, iniziò ad organizzare dei movimenti di compravendita di alcuni prodotti in voga in quel periodo, soprattutto legati al mondo dell’agricoltura e dell’artigianato locale.
Con il passare degli anni, la fiera è riuscita a costituire un ritaglio anche nella vendita e nell’acquisto di animali.

Oggi viene considerata una fiera-mercato, che attira migliaia di visitatori.
Molti arrivano per devozione a San Biagio, la cui statua è esposta nella Chiesa del Carmine per la venerazione dei fedeli durante tutta la durata della fiera.

In particolare, il 2 febbraio, “a Candilora“, è un rito consolidato quello della benedizione delle candele durante la liturgia serale officiata dal parroco.
Secondo la tradizione, questi ceri benedetti, chiamati “a candila da tempesta” (la candela della tempesta) vengono poi conservati in casa dai fedeli e accesi durante violenti temporali, quando si aspetta una persona che non torna o si ritiene in grave pericolo, mentre si assiste un moribondo, e in qualunque momento si senta il bisogno d’invocare l’aiuto divino.

Il 3 febbraio, ultimo giorno della fiera, si ricorda San Biagio, venerato nella chiesa del Carmine e considerato il protettore della gola: dalla sua biografia si apprende che “durante una sua prigionia, guarì miracolosamente un ragazzo che aveva una lisca di pesce conficcata nella trachea” e proprio per questo, in occasione della sua festa, è diffuso il rito della “benedizione della gola“.

San Biagio è celebrato il 3 febbraio anche in altre località calabresi, tra cui nella frazione di Plaesano (Reggio Calabria), che vede un notevole afflusso di fedeli nel giorno della festa.
La tradizione vuole che chi si reca a venerare il Santo il giorno della sua festa, debba compiere pregando tre giri della Chiesa: San Biagio lo preserverà così dai problemi gastrointerinali.
Nella Chiesa a lui dedicata sono custoditi un ostensorio d’argento di pregiata fattura e cinque campane, ritrovati dopo il terremoto del 1783 fra le macerie della vecchia Chiesa.

A Serra San Bruno (Catanzaro), il 3 febbraio di ogni anno si ripete un antico rito rivolto alle coppie di promessi sposi del paese, che partecipano ad una sorta di gioco. Il futuro marito compra una focaccia in panetteria e, dopo averla fatta benedire in chiesa, la porta alla sua promessa.
La reazione della ragazza è fondamentale per la sorte del futuro sposalizio: questa può accettare o meno il presente, oppure rompere in due la focaccia, tenerne un pezzo per sé e donarne uno al futuro sposo. Quest’ultimo caso è il più auspicato e preannuncia un matrimonio pieno di felicità per tutta la vita.